La verità sull’autismo – Vilma Coccoz

Feb 14, 2017 by Franck R Category: L'autismo 0 comments

Come ci informa un noto giornale nazionale, il Dizionario Oxford ha incoronato un neologismo come parola dell’anno e come nuova incorporazione enciclopedica. Si tratta della post-truth o postverità; un ibrido alquanto ambiguo il cui significato “denota circostanze in cui i fatti obiettivi influiscono meno nella formazione dell’opinione pubblica degli appelli all’emozione e alla credenza personale.”

Secondo un’altra fonte mediatica, il termine coniato è semplicemente un eufemismo della menzogna, l’espressione significa il tempo della manipolazione e delle falsità.

Per quel che riguarda la battaglia dell’autismo[1], tale designazione sembra adattarsi ai termini in cui è stata condotta la campagna strumentalizzata dall’impero ABA. Secondo la minuziosa analisi realizzata dalla professoressa canadese Michelle Dawson, lei stessa autistica, si può constatare che “Non tutti sono comportamentisti al giorno d’oggi, ma non appena l’obiettivo di modificare il comportamento si concentra sull’autismo, le adesioni aumentano in maniera impressionante. […] il gruppo di sostenitori del metodo ABA per l’autismo include terapeuti, educatori e formatori; genitori, nonni, amici di famiglia; organismi di finanziamento, gruppi professionali e di pressione; professori, avvocati, giudici e giornalisti; politici, burocrati e la Commissione dei Diritti Umani del Quebec.”[2] Su cosa risiede questo accordo maggioritario tra gruppi umani tanto diversi? Su quali elementi si sostiene tale credenza univoca che riesce a mettere insieme “la legalità, le questioni scientifiche e ciò che è popolare”?

Un assortimento di premesse irresistibili spinge l’industria ABA sotto lo stendardo che qualifica il metodo come “scientificamente provato” o “necessario dal punto di vista medico”. Dawson analizza dettagliatamente la retorica degli argomenti incentrati su opposizioni false il cui potere ipnotico è facilmente riconoscibile negli opuscoli di propaganda: essendo l’autismo equivalente a tragedia, sofferenza e condanna, le false premesse si trasformano in minacce: “O i bambini autistici vengono trattati precocemente con intensi interventi comportamentisti di successo oppure sono condannati a una vita di isolamento e istituzionalizzazione. L’autismo è incompatibile con la riuscita, l’intelligenza, l’integrità fisica e psicologica, la dignità, l’autonomia e l’apprendimento: o sei autistico o puoi accedere a tali possibilità. O l’autistico viene trattato con il metodo ABA e arriva a sembrare non-autistico, o l’autistico è condannato. L’autismo equivale alla bomba atomica, a un ictus, al diabete, alla malattia terminale, all’essere “marchiato dal dolore di un incidente terribile” e, ancora, sempre, equivale al cancro. Se sei contro ABA allora sei a favore dell’istituzionalizzazione. Se ABA viene criticato allora i bambini saranno distrutti. L’autismo è incompatibile con l’umanità: o sei autistico o sei essere umano. Se un autistico viene privato del metodo ABA allora finirà steso a terra e obbligato a sedersi per mano di quattro enormi assistenti domiciliari.”

Dawson mette in scacco gli artifici di simile discorso autoritario, destinato a seminare paura e sottomissione. Rivendica la dimensione etica di ciascun trattamento possibile dell’autismo, invocando il rispetto per l’intelligenza autistica, ribellandosi davanti al misconoscimento immutabile dell’angoscia che provoca negli autistici l’esigenza di abbandonare le loro piccole fortezze difensive di fronte all’intrusione programmata che subiscono, destinata a trasformare il bambino autistico in un bambino “come gli altri”. Dawson si solleva davanti all’ignoranza e alla stupidità con cui si disprezzano i “picchi di competenza” degli autistici, dei quali fanno uso in attività isolate o nelle loro straordinarie capacità di erudizione. Per aiutarli a progredire, spiega, è necessario prendere in considerazione altre vie, altre modalità di apprendimento, diverse da quelle disegnate per i non autistici. Arriva a paragonare la violenza che si esercita sugli autistici nel cercare di cambiarli – mediante allenamento sistematico – a quella che si imporrebbe ai negri nel pretendere che fossero bianchi con l’argomentazione che essere bianco è statisticamente molto meglio. Per concludere con l’osservazione molto precisa che sicuramente “tutti i pianti, le grida e le fughe sono, più plausibilmente, il rumore e il trambusto del bambino che viene forzato in maniera reiterata a rinunciare ai suoi punti forti.”

Fa parte della campagna dell’industria ABA il tentativo di screditare la psicoanalisi mediante ragionamenti infamanti e l’espediente, ripetuto fino alla sazietà, della supposta assenza di evidenza scientifica del trattamento analitico. Di recente l’associazione Aprenem ha cercato di sostenere con una raccolta di firme una subdola azione di denuncia e diffamazione della pratica psicoanalitica. Il presidente dell’associazione Teadir, Iván Ruíz, ha risposto con una lettera aperta[3]. Non c’è stata risposta. Per quale motivo? Perché non si prendono in considerazione gli interrogativi sollevati da Dawson? Dove trovare la verità sull’autismo se non nelle esperienze realmente vissute, nelle preziose testimonianze cliniche e non nelle statistiche difficilmente verificabili?

La lezione di Naoki

“Noi autistici non usiamo mai tutte le parole di cui abbiamo bisogno, e sono queste parole perdute quelle che causano i problemi”.

Tale è la conclusione di Naoki Higashida, il giovane autore de Il motivo per cui salto[4]. Grazie al metodo di scrittura ideato da sua madre e un’educatrice è riuscito a varcare le mura del silenzio autistico fino ad arrivare a renderci partecipi della sua esperienza soggettiva in un commovente testo scritto quando aveva solo tredici anni. Costruito nella forma di risposte alle domande più consuete che suscita il suo comportamento, Naoki va sgranando gli elementi chiave della sua singolare maniera di stare al mondo, abitualmente interpretati in maniera erronea e prevenuta. Con la speranza di essere riconosciuto e rispettato; con il proposito di prendere parte a un dialogo sulla sua condizione, al fine di occupare il suo posto nel banchetto della vita.

La sua testimonianza si organizza intorno alle sue difficoltà con la parola e il linguaggio, che Naoki definisce “il mistero delle parole perdute”. Da questo fatto massiccio e contundente discendono una serie di conseguenze che si infiltrano negli aspetti più diversi dell’esistenza. Il giovane non si inganna nella sua riflessione: “le persone affette da autismo nascono fuori dal regime della civilizzazione”. Poiché parlare costituisce l’essenza dell’umanità, la risonanza della parola è qualcosa di costituzionale all’essere umano che chiamiamo, con Lacan, essere parlante.

Naoki confessa che nella sua titanica lotta per aprire le chiuse della sua corazza, nonostante si sia sentito molte volte abbattuto e sconfitto, lo ha sostenuto una ferma convinzione: per vivere la sua vita in qualità di essere umano niente è più importante del potersi esprimere.

C’è qualcosa di specifico nella parola, afferma Lacan, al punto che il termine invalidità acquisisce la sua vera portata nei sordomuti: “Il linguaggio con le dita non si concepisce senza una predisposizione ad acquisire il significante”. Successivamente mette in guardia in merito all’abisso esistente “tra il grido iniziale e il fatto che, infine, l’essere umano […] arrivi a poter dire qualcosa[5]. In questo margine tra il grido e il dire ci si rivela la complessità della nostra condizione umana, sottomessa alle inappellabili leggi del linguaggio, retta da una struttura che ci precede e dinanzi alla quale ciascuno di noi è stato confrontato nella propria esperienza dell’infanzia. È precisamente sulla considerazione di questo crocevia vitale che prende appoggio la tesi psicoanalitica della causalità psichica, valida anche per l’autismo se lo si considera, con Lacan, uno stato della soggettività, uno stato della parola, nel quale qualcosa si “congela”.

Naoki racconta di come in questo stato “congelato” l’enunciazione personale sia problematica, la voce non si annoda al discorso, esce molto forte o molto tenue, non la può controllare, risultando quasi impossibile contenerla. Quando ci riesce arriva addirittura a procurargli un forte dolore, come se si stesse strangolando da solo[6].

Naoki ammette di non riuscire mai a dire quello che vuole, sebbene sperimenti gli stessi sentimenti degli altri si riconosce incapace di esprimerli. Descrive anche la disperazione di cui patisce nello stare intrappolato, preso in un corpo che non vive come proprio. Senza libertà né controllo, soffre l’estrema solitudine e la più grande dipendenza. Travolto da un fiume di parole ma incapace di mantenere una conversazione, la sua impotenza lo sopraffà, va incontro a crisi, si esaspera. Afflitto per i suoi errori, odiandosi per il fatto di provocare la rabbia e la delusione negli altri, confessa di essere arrivato a maledire la propria nascita.

Ciò nonostante, frutto della sua ammirevole perseveranza e della felice scoperta di un canale propizio alla sua espressione, questo giovane ha trovato il modo di abitare il discorso. Il suo libro offre una serie di piste preziose a coloro che intendono accompagnare gli autistici nel loro lavoro di uscita dallo stato “congelato” verso l’emergenza di un dire proprio. Sempre tenendo in considerazione la singolarità irriducibile di ciascuna soluzione, impossibile da universalizzare, perché è il prodotto dell’invenzione di ciascuno.

Espone con molta precisione il suo funzionamento peculiare. La marea di parole nella quale affoga manca dell’ordine del linguaggio, per questo motivo ha bisogno di appoggiarsi su quello che gli da conforto e lo rassicura. Le lettere, i numeri, essendo immutabili sono i suoi migliori alleati. “Conversare è durissimo!”, afferma. Per questo motivo la ripetizione delle parole o delle domande che gli vengono formulate lo aiuta a cercare nella sua memoria caotica, sfuggente e indifferente al senso del tempo, fino a trovare un ricordo che possa servirgli da riferimento, un modello – comunque insufficiente quando si tratta di sentimenti.

Nonostante la sua tendenza a catturare in immagini il senso dell’incessante movimento esterno, che gli appare “senza filtro”, senza il setaccio del fantasma, mette in guardia sulla condanna che può supporre l’utilizzo senza misura di pittogrammi e disegni. “È possibile che alcuni autistici appaiano più felici con immagini e diagrammi, da cui si suppone che ci debbano essere in ogni momento, ma di fatto questo finisce per limitarci. Ci fa sentire come robot che hanno tutte le loro azioni pre-programmate”.

Prigioniero in un corpo che vive come estraneo, il suo incessante movimento non è altro, assicura, che l’espressione del desiderio di fuggire, di liberarsi. Se qualcuno mi tocca, diceva Donna Williams, non esisto più. Anche Naoki menziona lo spavento che suppone l’essere toccato dagli altri, dal momento che significa che l’altra persona acquisisce controllo sul suo corpo, violando la barriera difensiva laboriosamente costruita e destinata ad evitare l’assedio e l’intromissione degli altri nella sua fragile intimità. Il rifugio nelle stereotipie e i movimenti ritmici è tanto potente quanto la spinta apparentemente insensata a correre fuori in cerca di qualcosa che ha catturato il suo interesse. Saltare, afferma, è come scrollarsi di dosso, liberarsi dalle catene che gli imprigionano il corpo.

Rispetto agli apprendimenti Naoki risponde chiaramente: “Mi scoraggia molto vedere che la gente non capisca quanto gli autistici siano realmente affamati di conoscenze. […] Voglio crescere imparando un milione di cose nuove! […] Ma per studiare abbiamo bisogno di più tempo e diverse strategie e approcci. E la verità è che la gente che ci aiuta a studiare ha bisogno di ancora più pazienza di noi”.

Ecco il termine “verità” nella testimonianza di Naoki, vincolata alla sua esperienza intima. È questa prospettiva soggettiva della verità quella che Lacan ha esplorato instancabilmente fino a dare la sua versione psicoanalitica. La verità, ha detto, non può dirsi tutta. È impossibile, mancano le parole. Ciò nonostante questa verità, sebbene indebolita, ci è indispensabile perché grazie a essa arriviamo a cogliere il reale, il modo in cui ciascuno è affetto dal linguaggio e che Freud ha chiamato inconscio. Per questo, ha aggiunto, conviene non esasperare la verità. La verità dell’autismo è, allora, la verità di ciascun autistico, uno per uno, nella sua radicale e personale esperienza di essere parlante. E potremo accedere ad essa solo se preserviamo lo spazio nel quale possa prendere forma in un dire personale.

Nel maggio 2016 a Barcellona è stato realizzato un Foro sull’autismo organizzato dalla ELP che aveva come titolo Autistas ¿ insumisos a la educación? Lì si sono dati appuntamento professori, psicoanalisti, terapeuti, autistici, genitori, educatori, autorità dell’amministrazione e rappresentanti di partiti politici.

Il successo di questa convocazione è venuto a coronare il lavoro incessante che i membri della ELP realizzano per preservare spazi di vita, spazi di parola, nei quali il principio fondamentale è il rispetto per la soggettività autistica, per la singolarità delle sue soluzioni e invenzioni, per il suo eventuale silenzio.

A Barcellona e Zaragoza, città nelle quali storicamente è stata mantenuta la pluralità di orientamenti nel trattamento dell’autismo in uno stadio iniziale, la psicoanalisi di orientamento lacaniano si è consolidata come un’alternativa, in molti casi richiesta dai genitori, molti dei quali fanno parte delle Associazioni Teadir[7]. Il dinamismo di queste associazioni al livello dello stato spagnolo è ammirevole. Un’esposizione di artisti autistici intitolata El mundo en singular, organizzata a Zaragoza da Teadir Aragón, ha attraversato parte della geografia nazionale e internazionale ricevendo critiche eccellenti e affluenza di pubblico.

L’intervento del Presidente di Teadir, Iván Ruíz, al Parlamento catalano[8], in favore del mantenimento di tale pluralità di approcci ha significato un’autentica svolta nell’espressione democratica del rispetto per la libertà e la dignità delle persone.

Sono molte le azioni previste per quest’anno nelle diverse sedi della ELP destinate a diffondere la nostra prospettiva, la nostra maniera di collaborare con il lavoro immane degli autistici per farsi un posto nel mondo, mettendo al riparo la verità sminuita ma indispensabile di cui tutti abbiamo bisogno per esistere.

 

 

Traduzione di Laura Pacati

 

 

[1] E. Laurent, La battaglia dell’autismo. Dalla clinica alla politica, Quodlibet Studio, Macerata 2013.

[2] M. Dawson, La mala conducta de loso conductistas, in Foroautismo@elp.org.es

[3] Si può leggere nel blog Foro autismo.

[4] N. Higashida, Il motivo per cui salto, Sperling & Kupfer, 2014.

[5] J. Lacan, Conférence à Genève sur le symptôme, in Le Bloc-Note de la psychanalyse, 5, 1985, pp. 5-21.

[6] In merito alla dimensione particolare della voce, cfr. J.-C- Maleval, L’autiste et sa voix, Seuil, Paris 2009.

[7] Teadir Cataluña, Teadir Aragón, Teadir Euskadi.

[8] Nel blog del Foro autismo.

Radio Lacan – Giornata clínica delia SLP: “Lavorare in istituzioni a partire dalla psicoanalisi”

Gen 27, 2017 by Franck R Category: Istituzioni 0 comments

Radio Lacan - Giornata clínica delia SLP: “Lavorare in istituzioni a partire dalla psicoanalisi”

ISTITUTO PSICOANALITICO DEL BAMBINO

Università Popolare Jacques Lacan
AUTISMO E PSICOANALISI: le nostre convinzioni Negli ultimi mesi l’Istituto psicoanalitico del Bambino è venuto a conoscenza di una strana campagna che mira a escludere la psicoanalisi dalla presa in carico di bambini e adolescenti autistici. Questa campagna culmina ora con una proposta di legge che ha mobilitato tutti i rappresentanti professionali 1e le più grandi associazioni dei familiari (UNAPEI). La suddetta campagna è il risultato di un intenso lavoro di lobbismo che adduce le intenzioni più lodevoli: migliorare le condizioni di una categoria della popolazione. Infatti, si tratta per i suoi promotori di ottenere dai poteri pubblici delle sovvenzioni massive a beneficio dei metodi di condizionamento, in modo da offrire delle soluzioni ready-made alle famiglie, che cercano con inquietudine delle soluzioni laddove c’è una reale penuria di accoglienza istituzionale. L’Istituto psicoanalitico del Bambino riunisce degli psicoanalisti, degli operatori di istituzioni specializzate – psichiatri, psicologi, infermieri, ortofonisti, psicomotricisti -, dei professionisti del campo infantile – insegnanti, educatori, giuristi, medici... - che operano da molti anni con bambini che soffrono, orientandosi a partire dalla psicoanalisi, di Freud, di Lacan e dalle avanzate più recenti della ricerca clinica. È a questo titolo che l’Istituto psicoanalitico del Bambino, attraverso la sua Commissione di iniziativa, vuole prendere posizione. Si tratta qui di testimoniare dei principi che governano la nostra azione.
1 – Ricordiamo che in Francia, a partire dagli anni ‘60-‘70, sono gli psichiatri infantili e gli psicologi formati alla psicoanalisi che iniziano a preoccuparsi della sorte dei bambini autistici, fino a quel momento collocati negli ospedali psichiatrici o in istituzioni chiuse, in cui la dimensione deficitaria era preponderante. Essi trovano appoggio negli psicoanalisti anglosassoni Frances Tustin, Margaret Malher, Donald Meltzer, e nell’istituzione di Maud Mannoni “la Scuola sperimentale di Bonneuil”, con il lavoro di Rosine e Robert Lefort, allievi di J. Lacan. L’insieme di questi lavori offre ai praticanti – psichiatri, psicologi, infermieri, educatori, ortofonisti, psicomotricisti – l’idea di un trattamento possibile e di un’esperienza pratica che tengano conto del sintomo del soggetto, al di là della coercizione.
1 Collettivo dei 39:
http://www.oedipe.org/fr/actualites/autisme39
Sindacato degli Psichiatri degli Ospedali :
http://www.sphweb.info/spip.php?article937
In questa prospettiva si creano i centri diurni, nel movimento di settorializzazione della psichiatria. Si tratta di offrire un’accoglienza che non sia basata sul deficit e che tenga conto della particolarità del soggetto. La situazione familiare fa parte di questa particolarità, poiché le costellazioni familiari sono lontane dall’essere tutte identiche. I genitori vengono accolti, ascoltati. I bambini, gli adolescenti, sono inseriti in piccoli gruppi, stimolati attraverso diversi “atelier-laboratori” in cui possono declinarsi i loro interessi. Nei momenti del pasto, del gioco, dello studio, sperimentano nuovi rapporti con gli oggetti e con le domande, con ciò che struttura il mondo di ogni bambino, ma da cui i bambini autistici si difendono.
2 – Questa lunga esperienza di diagnosi, di accompagnamento delle famiglie, di messa in opera di percorsi tessuti in modo particolare per ognuno, èstato oggetto di numerose pubblicazioni e di raccolte di lavori. Essa non avrebbe potuto sostenersi senza il riferimento quotidiano alla psicoanalisi, al suo corpus testuale, al suo vivo insegnamento. Come situare oggigiorno il posto della psicoanalisi nel trattamento del bambino autistico?
Proponiamo 5 assi di risposta:
- La formazione analitica, ovvero l’esperienza di una psicoanalisi personale, offre agli operatori un potente strumento per situare la loro azione presso i soggetti autistici alla giusta distanza, tenendosi a distanza dagli ideali di normalizzazione o di normalità incompatibili con l’accompagnamento professionale di soggetti sofferenti.
- Questo rispetto della posizione del soggetto è la bussola che orienta, in effetti, quest’azione. Non si tratta in nessun caso di lasciare il bambino, l’adolescente, preda, per esempio, delle sue stereotipie, ripetizioni, ecolalie, ma, considerandoli come un primo trattamento elaborato dal bambino per difendersi, di introdurvi, discretamente, degli elementi nuovi che vanno a complessificare “il mondo  dell’autismo”.
- La posta è innanzitutto che possa localizzarsi per il bambino l’angoscia o la perplessità scatenata in lui dall’essere interpellato da un altro e dalla messa in gioco delle funzioni del corpo nel loro legame con questa domanda – nutrirsi o lasciarsi nutrire, perdere gli oggetti urinari e anali, guardare essere guardato, ascoltare e farsi ascoltare. Gli psicoanalisti hanno da lungo tempo notato la dimensione di rituali d’interposizione che constano di numerosi tratti sintomatici invalidanti. La creazione o la scoperta da parte del bambino di un “oggetto autistico”, qualunque ne sia la forma, è spesso una risorsa feconda per creare dei legami e degli spazi nuovi, più liberi dalle costrizioni “autistiche”.
- Gli psicoanalisti non contestano in alcun modo l’iscrizione dei bambini autistici nei dispositivi d’apprendimento. Al contrario mettono in risalto che il soggetto autistico è spesso già “al lavoro”. Gli autistici cosiddetti “ad alto funzionamento” dimostrano in questo ambito un investimento massivo del pensiero, del linguaggio e del campo cognitivo, in cui trovano delle risorse inedite. Più in generale, per tutti i bambini, i praticanti cercano di privilegiare gli approcci pedagogici ed educativi che sappiano a dattarsi per fare posto alle singolarità sociali e cognitive dei bambini autistici. Insegnanti ed educatori testimoniano, all’interno dell’Istituto psicoanalitico del Bambino, ciò che hanno elaborato con il bambino o l’adolescente.
- In compenso gli psicoanalisti si sollevano con grandissima forza contro dei metodi cosiddetti “d’apprendimento intensivo”, che sono in realtà dei metodi di condizionamento comportamentale che utilizzano massicciamente il lobbismo, ovvero l’intimidazione, per promuovere delle “prese in carico” totalitarie e totalizzanti che si autoproclamano l’unico trattamento valido dell’autismo. Lontano da questa riduzione, occorre differenziare i diversi approcci dell’apprendimento. Gli psicoanalisti e gli operatori, raggruppati all’interno dell’Istituto psicoanalitico del Bambino, rappresentando tutte le categorie professionali presenti nel campo dell’infanzia, si dichiarano particolarmente legati, per i bambini e gli adolescenti autistici, ai sistemi di cura e di educazione esistenti in Francia, fintantoché essi permettono di suddividere le rispettive e differenziate responsabilità fra i professionisti della cura, dell’educazione e i genitori.
3 – Le classificazioni attuali dei disturbi mentali – in particolare il DSM – gettano una grande confusione nel dibattito, facendo apparire allo stesso livello diagnostico sintomi dell’infanzia quali la balbuzie o l’enuresi, “disturbi” riferiti a una normalità sociale (quali i “disturbi oppositivi provocatori” o i “disturbi del comportamento”) e l’autismo (“disturbo autistico”). L’autismo, e le sue diverse forme, risulta così isolato come l’unico vero e proprio quadro clinico della categoria “Disturbi pervasivi dello sviluppo”. I dibattiti in corso sulla continuità dello “spettro autistico”, sull’opportunità di mantenere nella stessa serie dei disturbi pervasivi dello sviluppo (PDD) i cosiddetti “Asperger”, mostrano quanto tale categoria sia instabile. All’interno di tale “spettro”, occorre esaminare nel dettaglio i fenomeni d’invasione del corpo e collocare le manifestazioni strane e inquietanti di cui esso è preda. Gli psicoanalisti e i numerosi praticanti d’orientamento lacaniano accompagnano così molti bambini e adolescenti in questa elaborazione che permette loro di mantenere o di trovare un posto nel legame sociale e familiare. I genitori possono allora autorizzarsi a parlare di alcuni tratti del loro figlio, di coglierne il valore, nonostante il loro carattere strano. Tale lavoro è necessariamente lungo, giacché presuppone di prendere in causa una differenza del bambino che va contro le attese e i desideri che circondano la sua presenza al mondo. Lo psicoanalista, nel posto per raccogliere tale sofferenza, deve essere attento alla sofferenza dei genitori e sostenerli nella loro prova.
4 –Alcune ipotesi eziologiche multiple - genetiche, vacciniche, neuro cognitive, etc. - presentate come delle verità scientifiche a seguito spesso di un unico articolo pubblicato su una rivista, di cuisi verrà a conoscenza del carattere distorto solo tra qualche mese o anno, circolano nei media esconvolgono le famiglie. Queste ipotesi causali rispondono strettamente alla riduzione dell’autismo a un disturbo dello sviluppo, presentato come una malattia genetica se non addirittura epidemica. Esse si avvalorano della legge del 2005 sull’handicap, che pure non mira in alcun modo a portare una sentenza del tipo “È un handicap, dunque non è una malattia”, ma permette un orientamento adatto per il bambino e un aiuto alla famiglia. Molto su questo punto resta da fare, e le associazioni dei genitori sono una forza indispensabile e imprescindibile per far avanzare dei progetti adatti, in particolare per i bambini più piccoli, per gli adolescenti e per i giovani adulti. In questo senso, l’annuncio dell’autismo come grande causa nazionale non può che rallegrare tutti coloro che sono mobilitati nel prendersi cura dei bambini e agli adolescenti autistici.
5 – Gli psicoanalisti seguono tutti i dibattiti scientifici riguardo le cause dell’autismo infantile. Qualunque siano le cause, non possono ridurre il soggetto ad una macchina. Essi tengono conto delle sofferenze che incontrano e promuovono le istituzioni e le pratiche che garantiscono che il bambino e la sua famiglia saranno rispettati nel loro momento soggettivo. Facilitano, ogni volta che è possibile, l’inserimento del bambino nei legami sociali che non lo destabilizzano. Non sono detentori di una verità “psicologica” sull’autismo, non sono promotori di un “metodo educativo” particolare. Sono portatori di un messaggio chiaro per il soggetto autistico, per i genitori, e per tutti coloro che, in istituzione o nell’accoglienza individuale, hanno deciso e fanno la scommessa di accompagnarli- e gli psicoanalisti sono tra costoro: è possibile costruire un altro mondo rispetto al mondo della difesa e della protezione in cui è chiuso il bambino autistico. E’ possibile costruire una nuova alleanza tra il soggetto e il suo corpo. Lo sforzo di tutti mira a dimostrare clinicamente questa possibilità.
La Commissione d’iniziativa dell’Istituto psicoanalitico del Bambino
Judith Miller (Parigi)- Dott. Jean-Robert Rabanel (Clermont-Ferrand)
Dott. Daniel Roy (Bordeaux)-Dott. Alexandre Stevens (Bruxelles)
Traduzione di Beatrice Bosi, Pierangela Pari, Adele Succetti, Monica Vacca
Revisione di Rosanna Tremante

Insegnanti – studenti e la funzione della Rete come terzo – Donata Roma

Il Fermi è un liceo scientifico pubblico paritario, frequentato per la maggior parte da studenti in difficoltà: ragazzi bloccati a casa, bocciati più volte.

Cerchiamo di essere attenti a calcolare per ciascuno una risposta su misura, non tutti allo stesso passo, ma al passo della singolarità di ciascuno.

Alcuni punti dell’orientamento psicoanalitico fanno da guida al nostro lavoro. Questo è possibile perché il preside è un dirigente sensibile alla psicoanalisi. Da 21 anni lavoro in questo liceo con altri due colleghi della SLP.

J.-A.Miller nel testo Il bambino e il sapere scrive: “È il bambino, nella psicoanalisi, che è supposto sapere, ed è piuttosto l’Altro che si tratta di educare.” E più avanti “La virtù dei pedagoghi non è altro, spesso, che il rivestimento di un godimento che, anche se non lo conoscono, può essere qualificato come sadico, con effetti di angoscia sull’educato.”

L’équipe del Fermi CERCA DI PRESENTARSI COME una Rete formata dal preside, insegnanti, segretarie, bidelli e psi. Una volta al mese l’équipe lavora per una messa in logica delle impasses che incontriamo quotidianamente. Inoltre ci sono incontri con gli insegnanti.

Un’insegnante chiede di potermi parlare con urgenza: “Insegno ai banchi vuoti. Da un mese gli studenti di V si assentano durante la mia lezione. Da una presenza quasi costante, si è passati ad un’assenza di massa. Non so più cosa fare.” È angosciata.

Cerco di capire insieme a lei cosa è successo utilizzando i tre tempi logici di Lacan, “vedere, capire e concludere”. Gli studenti le avevano chiesto che lei desse loro delle dispense perché era complicato prendere appunti. Lei, invece, si era rifiutata pensando che l’apprendimento dovesse essere più attivo. Le dico che forse al suo dire “no” alle richieste dei ragazzi, non aveva preceduto un suo dire “sì” al soggetto studente.

È sorpresa. “Allora serve che trovi un modo per dare voce alle loro richieste, perché i ragazzi mi dicano quel “sì” che, con il mio NO! ho contribuito a rendere quasi impossibile.”

D’accordo col preside, l’insegnante propone ai ragazzi un’assemblea straordinaria. Il giorno dopo sono tutti al lavoro per scrivere le loro richieste. Chiedono la rimozione della professoressa per problemi insanabili. Il Preside dice loro di rincontrarsi per scrivere proposte non di esclusione.

Nell’incontro tra insegnante, studenti e preside, i ragazzi dicono: “Lei non è disposta ad ascoltarci”. Nell’incontro successivo mi dice: “I ragazzi erano più tranquilli, io lo ero meno. Non è facile mettersi in discussione, soprattutto quando si ritiene di aver fatto il proprio dovere, ma questo, a volte, cela il tranello di un pensiero unilaterale. Ho imparato che, se l’altro non si sente ascoltato, si oppone e si interrompe quel canale di comunicazione che ci dovrebbe consentire di fare gli insegnanti. È stato come salire sulle montagne russe … paura di cadere, ora mi rendo conto che c’è un altro modo per renderli partecipi: ascoltarli. Insegno da quest’anno, all’inizio non avevo capito la funzione della Rete che è quella di rilanciare e favorire le questioni più che le risposte. Ora posso dire che la Rete ha sostenuto sia l’insegnante che gli studenti in quanto soggetti, ognuno nella propria funzione.”

Alla lezione successiva erano tutti presenti e uno di loro che per mesi aveva aggredito l’insegnante, ha messo la propria sedia accanto alla cattedra, dicendo: “Voglio seguire la sua lezione accanto a lei.”

Vittima la professoressa che insegna ai banchi vuoti e vittime gli alunni non ascoltati?

Vittima ! Come scapparne ?

Gen 23, 2017 by Admin Category: L'attualita delle vittime 0 comments

Nome o causa del sintomo, « vittima » é un significante multiuso del consumerismo moderno. Vittima del clima, dell’inquinamento, del proprio vicino, del proprio lavoro, dell’amore come dell’odio.

Quelques questions posées à Théodora Pavlova, participante aux Simultanés de PIPOL 6

Gen 22, 2017 by Admin Category: Tre domande 0 comments

PIPOL NEWS* : Théodora, tu es bulgare. Tu es venue travailler au Courtil. En quoi consiste ton activité depuis ton retour en Bulgarie ?

Quelques questions posées à Janusz Kotara, participant aux Simultanés de PIPOL 6

Gen 22, 2017 by Admin Category: Tre domande 0 comments

Pipol News* : Janusz, je crois savoir que vous avez exercé comme médecin dans les ambulances avant de vous engager dans la pratique analytique. Comment cela s’est-il fait ?

Trois questions posées par Daniel Roy à Maria-Sueli Peres, participante aux simultanées de Pipol 6

Gen 22, 2017 by Admin Category: Tre domande 0 comments

Daniel Roy : Chère Maria Sueli, vous avez depuis longtemps porté votre attention de psychanalyste sur les plus neufs d’entre nous, les tout jeunes enfants. Comment en êtes-vous venu à privilégier les tout petits ?

Trois questions posées à Claude Oger, participant aux simultanées de Pipol VI*

Gen 22, 2017 by Admin Category: Tre domande 0 comments

Avant d'être psychologue, tu travaillais comme psychomotricien dans un hôpital, Comment qualifierais-tu le passage de psychomotricien à une pratique analytique ?

Tres preguntas a Leonora Troianovski, participante en las simultáneas de PIPOL 6*

Gen 22, 2017 by Admin Category: Tre domande 0 comments

Durante las simultáneas de Pipol 6 hablarás de un caso de la institución, ¿Cómo es hoy trabajar en institución en Cataluña orientándose por el psicoanálisis lacaniano?