Congrès PIPOL

DIRE TUTTO?

PIPOL 13 congresso dell’EuroFederazione di Psicoanalisi

di Yves Vanderveken, direttore del congresso

Dire tutto? È la questione posta dal titolo del prossimo congresso dell’EuroFederazione di psicoanalisi, PIPOL 13.

L’obiettivo sarà di studiare e di interpretare ciò che si estrae dall’ideale, vale a dire dall’autentico imperativo contemporaneo di trasparenza che determina l’epoca: Dire tutto. Si tratterà di metterlo in questione sia nella clinica, sia nei discorsi, alla luce dell’esperienza della psicoanalisi.

 

Trasparenza/sorveglianza

La trasparenza è una nuova illusione? I suoi effetti sono molto reali. In numerosi ambiti dominano lo svelamento, la ricerca del nascosto, del non-detto, del non-visibile, del segreto, della verità, ma anche l’esposizione dell’intimo in tutte le sue forme: confessioni pubbliche, rivelazioni, divulgazioni, coming out di ogni sorta, segnali di allarme, trasmissioni sfrenate sui social, ecc. Si dice tutto, si mostra tutto. Si sa o si dovrebbe sapere tutto. Ogni forma di pudore è stata messa da parte e ogni vergogna superata.

Allo stesso tempo, imperversa l’angoscia della sorveglianza algoritmica generalizzata e la ricerca di strategie, vitali, affinché qualcosa del privato e dell’intimo possa ancora sottrarsi all’esigenza di tracciabilità.

 

Cosa dire?

Nel momento della generalizzazione dell’offerta di uno spazio di parola, a volte, deriva una vera e propria spinta a dire.

Considerata come il primo principio delle terapeutiche e come diritto inalienabile, la questione del dire tutto attraversa numerosi ambiti.

Come annunciare, parlare di avvenimenti gravi, personali, pubblici o dell’attualità? Che cosa si deve dire, che cosa si deve mostrare, di cosa si deve parlare e come dirlo?

In politica, cosa dire ai cittadini, altri dicono “al popolo”? La confessione di dominio religioso si è diffusa al di là del proprio ambito, cambiando allo stesso tempo di natura? Dove situare la dimensione della confessione? Trova posto solamente nei tribunali o nelle testimonianze autobiografiche?

 

L’inconscio

Dire tutto ci rimanda, inoltre, a numerosi pregiudizi sulla regola fondamentale stabilita da Freud per la cura psicoanalitica: abolizione di ogni tipo di censura, di ciò che sarebbe nascosto, denegato, rigettato, per il sollevamento della rimozione e la soppressione dei sintomi che ne risultano.

Questa regola, in psicoanalisi detta dell’associazione libera, che include una forma di dire tutto, fonda la sua pratica e mira a produrre effetti di verità e a liberare dal peso di questa censura. Per la questione che occuperà PIPOL 13, bisognerà trarre gli insegnamenti da un’opacità fondamentale che, tuttavia, determina l’inconscio. Non quella di un non-detto, di un non-tutto può dirsi, ma di un indicibile, di un impossibile a dire di struttura.

Dovremo, dunque, essere precisi, per poter mostrare che le cosiddette ideologie della consapevolezza sono tutte forme di rigetto della logica propria all’inconscio.

 

Gli statuti della parola

Dire tutto, in quanto tale, non è un concetto psicoanalitico. Ma Dire e Tutto sono ampiamente trattati e articolati nell’insegnamento di Lacan. Cosa ne possiamo ricavare?

La psicoanalisi si fonda sulla parola. Ma la parola riveste vari statuti. C’è la parola vuota e la parola piena, il chiacchiericcio e la frase che marca, il detto e il dire, l’enunciato e l’enunciazione, il dettaglio inedito e il futile, l’intimo e l’osceno, la menzogna e la verità semi-detta. Aggiungiamoci il tatto e l’insulto, nonché il pudore.

C’è l’interpretazione che permetterà la distinzione degli statuti della parola. Se Lacan dice che deve essere equivoca nella pratica analitica, non è giustamente per far spazio al pas-tout dire, al fatto che la parola non può dire tutto?

 

Risonanze cliniche

Dovremo, allora, esplorare le manifestazioni del dire tutto che trovano delle risonanze nella clinica.

Ricordiamo che Lacan sottolineava il momento in cui il bambino si rende conto che l’Altro non sa tutto dei suoi pensieri, momento inaugurale della messa in funzione di un inconscio di tipo nevrotico – con il suo bagaglio di fantasie inconfessabili, di sogni a occhi aperti e, di conseguenza, di pensieri repressi. Senza questo momento cruciale, il bambino resterebbe aperto allo scatenamento di un sapere assoluto su di lui, invasivo e persecutorio, che gli sbarrerebbe l’accesso a ogni dimensione del for intérieur, dell’intimo, e quindi all’esperienza del pudore. L’oscenità non trova alloggio nelle voci delle allucinazioni, cosi come l’impossibilità a non dire?

Nel campo della logica della psicosi lo psicoanalista non dovrebbe guardarsi dal voler mettere a nudo la verità? – laddove nella psicosi il reale dice, annuncia, al soggetto, la sua verità.[1] Questo non diventa più chiaro con quanto afferma anche Jacques-Alain Miller, ovvero che “il padre è […] colui che non dice tutto, colui che preserva così la possibilità del desiderio. Egli non pretende di ricoprire il reale”[2]?

 

Dire e desiderio

Cosa ne è, d’altronde, nel campo dell’amore, del desiderio e del godimento sessuale? Si dice tutto al proprio partner? Bisogna dire tutto ai propri figli? Cosa fonda, a questo livello – compreso quello sessuale – la marca del desiderio e della sua stessa possibilità? Come cogliere la portata di ciò che dice Lacan a proposito di Freud – il suo punto cieco è di aver voluto che la donna gli dicesse tutto – in quello che egli indica come “pulizia del camino” della talking-cure[3]? Quali sono gli effetti degli svelamenti selvaggi?

 

Numerose questioni, declinazioni, distinzioni e spunti che dovrebbero aprire piste al lavoro di elucidazione al quale ci convoca PIPOL 13 e il suo tema.

 


[1] Miller J.-A., Cose di finezza in psicoanalisi, in La Psicoanalisi, n. 58, Astrolabio, Roma 2015, p. 187.

[2] Miller J.-A., Di Ciaccia A., L’Uno-tutto-solo, Astrolabio, Roma 2018, p. 143.

[3] Cfr. Lacan J., Il Seminario. Libro X. L’angoscia (1962-1963), Einaudi, Torino 2007, p. 141.